Ketty La Rocca

Ketty La Rocca

«Io prendo delle immagini già fatte, già viste da tanta gente per tanto tempo, rese insulse da descrizioni assembleari e le rivivo con tutti gli stereotipi di conoscenze che mi sono stati appiccicati, finché, per me, diventano un’altra cosa, diventano “quella” immagine al di fuori e al di sopra di qualsiasi lettura corale».

Ketty La Rocca, 1975

La breve ma intensa carriera artistica di Ketty La Rocca, tra le protagoniste della neoavanguardia italiana, è mossa da una costante riflessione sulla comunicazione e sul linguaggio, all’insegna di una sperimentazione personale che la porta a essere tra i primi in Italia a confrontarsi con tecniche espressive quali la performance, l’installazione, il videotape.

Nata e cresciuta a La Spezia, Ketty La Rocca si trasferisce nel 1956 a Firenze, dove frequenta i corsi di musica elettronica di Pietro Grossi al Conservatorio Luigi Cherubini. Agli inizi degli anni Sessanta, dopo una breve esperienza in uno studio di radiologia, si dedica all’insegnamento nelle scuole elementari e, grazie all’amicizia con Lelio Missoni (in arte Camillo) e Eugenio Miccini, entra in contatto con l’ambiente della Poesia Visiva.

Tra il 1964 e il 1965 realizza collages in cui combina immagini fotografiche ed elementi verbali che svelano con sguardo ironico i limiti e gli stereotipi sociali e politici del linguaggio dei mass media, con una particolare attenzione alla condizione della donna. Queste prime opere sono in linea con le pratiche del Gruppo 70, alle cui attività l’artista partecipa anche con performance (Poesie e no alla Libreria Feltrinelli di Firenze nel 1966, Volantini sulla strada e La vita è un’altra cosa nel 1967 sempre a Firenze), scritti teorici e poetici.

La ricerca dell’artista, stimolata in particolare dai testi di Umberto Eco e Roland Barthes, si focalizza via via sull’ambiguità dei codici linguistici: nei lavori sulla segnaletica, ad esempio, i simboli del codice della strada vengono combinati e riproposti in nuove icone che superano il messaggio intrinseco con esiti provocatori e inaspettati.

Il 1970 è l’anno delle prime mostre personali, a Modena e Bologna, dove espone le Lettere-Scultura in PVC nero, “presenze alfabetiche” che si svincolano dal “carattere paralizzante della bidimensionalità” seguendo, come dice Achille Bonito Oliva, «un percorso di esternamento dell’immaginazione, la quale ormai si appresta ad occupare concretamente il mondo, quasi per svuotarlo del suo linguaggio e sostituirlo con un altro fatto assolutamente a sua immagine e somiglianza».

L’esigenza di una forma di comunicazione “altra”, più “autentica”, porta l’artista a rivolgersi alla gestualità del corpo e in primo luogo al linguaggio delle mani, oggetto del libro fotografico In principio erat, presentato nel 1971 a Firenze alla Galleria Flori. Le pagine del libro sono occupate dalle immagini di mani (dell’artista e di altri) nell’atto di compiere svariati gesti, associate a frasi prive di senso tradotte in un inglese volutamente imperfetto. Riprendendo le parole di Gillo Dorfles nel saggio introduttivo, le “mani parlanti” di Ketty La Rocca richiamano l’attenzione sull’importanza «del gesto spontaneo, che nessuno ha insegnato all’uomo […] e che costituisce – prima della parola, dopo e insieme alla parola – la più eccelsa e singolare, più inimitabile e autentica qualità comunicativa dell’umanità».

In questo ambito, collabora con la Rai alla realizzazione della rubrica Nuovi Alfabeti e di Le Mani, trasmissione sperimentale per persone sordomute.

Ancora le mani sono al centro del videotape Appendice per una Supplica, presentato nel 1972 alla Biennale di Venezia nella sezione “Performance e Videotape” curata da Gerry Schum: l’esperienza sancisce il riconoscimento a livello internazionale dell’artista, che negli anni successivi espone nelle principali gallerie italiane e internazionali.

La relazione tra testo e immagine è affrontata di nuovo nella serie delle Riduzioni: i profili delle figure di una fotografia, una cartolina o un’affiche pubblicitaria vengono ripercorse su carta dalla grafia dell’artista – «momento alienante e parziale che si preannuncia già come storico, ma pur sempre unico» – che scrive parole senza senso alternate all’incalzante “you”.

Nelle Craniologie Ketty La Rocca interviene sulle radiografie del proprio cranio, “maschera dell’uomo di ora” ma anche “risvolto inconscio” della malattia che la affligge, sovrapponendovi fotografie stampate su lastre trasparenti di “gesti incapsulati” – una mano aperta, un dito, un pugno chiuso – e la ripetizione ossessiva della parola “you” che “divora” l’immagine.

Nel 1975 esegue Le mie parole, e tu? alla Facoltà di Architettura di Firenze, alla Galleria Nuovi Strumenti a Brescia e alla Galleria La Tartaruga a Roma; è l’ultima performance prima della sua morte.

Cataloghi

Altra misura. Arte, fotografia e femminismo in Italia negli anni '70
Altra misura. Arte, fotografia e femminismo in Italia negli anni '70
Anno:
Editore: Carlo Cambi Editore, Poggibonsi (SI)
Curatore: Raffaella Perna
Lingua: italiano-inglese
Pagine: 168
Costo: €
Esaurito
Ketty La Rocca. Se io fotovivo
Ketty La Rocca. Se io fotovivo
Anno:
Editore: Silvana Editoriale, Cinisello Balsamo (MI)
Curatore: Raffaella Perna, Monica Poggi
Lingua: italiano-inglese
Pagine: 128
Costo: € 28,00
Gruppo 70. Una guerriglia verbo-visiva
Gruppo 70. Una guerriglia verbo-visiva
Anno:
Editore: Silvana Editoriale, Cinisello Balsamo (MI)
Curatore: Raffaella Perna
Lingua: italiano
Pagine: 52
Costo: € 15,00

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