Paola Mattioli

«Ho scelto di stare tra due piani, uno narrativo e uno concettuale, in cui tengo conto del mezzo che uso, che a sua volta non può prescindere dal tema del vedere. […] Uso la fotografia per raccontare storie attraverso le storie, per affrontare temi che mi appaiono punti di snodo del pensiero e dell’immagine del contemporaneo, dal mio angolo visuale. Intendo per angolo visuale l’esito dello svolgersi del proprio percorso, fatto di incontri e scambi con persone e scritture, costellazioni di senso, di rimandi alle autrici e agli autori che vuoi avere come compagni di viaggio».

Paola Mattioli

 

Paola Mattioli studia filosofia con Enzo Paci, importante rappresentante dell’Esistenzialismo in Italia, che la introduce al pensiero del filosofo francese Maurice Merleau-Ponty e si laurea con una tesi sul linguaggio fotografico. In parallelo, diventa assistente di Ugo Mulas – che, come lei stessa afferma, “le insegna a vedere” – e a cui sottopone i testi di Merleau-Ponty, fondamentali per la genesi delle Verifiche, lavoro di riflessione sullo statuto specifico della fotografia che impegna l’ultima parte della vita del fotografo. Da Mulas, Mattioli acquisisce la consapevolezza che lo scatto è l’esito di un’esplorazione volta a indagare il reale, rivelandone al contempo la presenza e “l’irriducibile alterità”.

La serie di ritratti a Giuseppe Ungaretti del 1970 – subito pubblicati da Vanni Scheiwiller insieme al carteggio tra Enzo Paci e il poeta – inaugura la sua sperimentazione fotografica, che si indirizza, inizialmente, soprattutto al ritratto e alla documentazione delle manifestazioni del Movimento Studentesco.

Dal 1973 lavora alla serie Cellophane, immagini di spazi coperti da fogli di plastica opaca che, come dice Elisabetta Longari, “impediscono una visione completa, e funzionano pertanto come metafora della percezione tout court”.

La prima importante esperienza espositiva è la mostra Le immagini del no, realizzata nel 1974 alla Galleria Il Diaframma di Milano, diretta da Lanfranco Colombo: l’artista espone cinque sequenze, una delle quali a colori, che documentano la realtà sociale e politica legata al referendum sul divorzio a Milano. Tra il 1975 e il 1976 collabora con l’Università e l’Istituto di Storia dell’arte di Milano, svolgendo seminari sulla fotografia; in questo periodo Mattioli collabora con riviste, gallerie d’arte, agenzie pubblicitarie.

Nel 1977 le viene proposto di partecipare al Sicof, dove presenta la serie Faccia a faccia (sette donne allo specchio); le stesse immagini si ritrovano nel libro, pubblicato l’anno dopo, Ci vediamo mercoledì. Gli altri giorni ci immaginiamo. Il volume è frutto del lavoro collettivo del cosiddetto “gruppo del mercoledì”, di cui facevano parte anche Adriana Monti, Bundi Alberti, Diane Bond, Esperanza Nuñez, Mercedes Cuman, Silvia Truppi. Qui Mattioli presenta, oltre a Faccia a faccia, basata sull’analisi del rapporto con la propria immagine riflessa, altri due nuclei fotografici: Sara è incinta, sequenza che esplora il significato e i modi di rappresentazione della maternità e Autoritratto, opera di carattere analitico e autoriflessivo in cui l’artista pone al centro l’esperienza stessa del vedere e del fotografare. Nel libro è riprodotta anche la sequenza Diana (1977), in cui l’artista americana Diane Bond è ritratta, riflessa nello specchio, mentre si toglie una maschera bianca dal volto.

Da sempre attenta alla politica, dalla metà degli anni Settanta, Mattioli partecipa attivamente alle attività del femminismo e i suoi lavori saranno sempre strettamente legati alla filosofia della differenza.

Fra il 1977 e il 1980 collabora con il mensile “Grattacielo” e con “La Repubblica”, dove scrive recensioni di mostre di fotografia. In questo periodo l’artista realizza Jouissance, opera formata da sette piccole fotografie che ritraggono il volto di altrettante donne durante l’orgasmo, prelevate da giornali pornografici e giustapposte alla fotografia di un uomo ripreso all’uscita da un cinema porno, scattata nel 1979. La sua ricerca visiva riflette sul senso e sulle implicazioni concettuali del fotografare, del guardare e del vedere.

Negli anni Ottanta realizza la serie Statuine (1985): donne ritratte in un’immobilità fissa che evoca la scultura, i cui corpi sono nascosti da un tessuto di velluto nero dal quale emergono soltanto il viso e il collo; le donne fotografate hanno uno “sguardo che non ti guarda, che non si confronta con te che lo guardi, si congela, si nega”. Nella serie Donne irritanti del 1995, il suo primo progetto editoriale, il vero soggetto è “la condizione della visione in cui gioca un ruolo fondamentale la negazione, la sottrazione, la rimozione”.

Nel 1996 vince il premio del Kodak European Gold Award per l’Italia, una macchina fotografica Hasselblad in oro.

Una tematica centrale nel lavoro di Mattioli è la consapevolezza della parzialità dell’immagine, sottolineata da una “sottile distanza” raggiunta mediante l’uso dell’ironia e di una “precisa progettazione visiva” che, attraverso lo strumento del montaggio, “trascina le immagini verso nuove aperture di senso”.

Nel 2005 realizza la serie Shanghai Express, fotografie delle ombre “danzanti” delle mani dell’artista che “giocano” con il profilo della macchina fotografica mentre preparano lo scatto. Nel 2006 e nel 2009 affronta due progetti sul tema del lavoro: dapprima la mostra Fabbrico, il cui titolo è tratto dall’omonimo paese della bassa reggiana, basata su un’indagine dedicata ai condizionamenti sociali provocati dai ritmi della fabbrica, in cui l’artista accosta immagini di luoghi emblematici e ritratti in posa; segue la serie Dalmine, realizzata tre anni dopo all’interno di un’acciaieria. L’artista pone a confronto i lavoratori di ieri e di oggi, fotografati tra i macchinari, e si concentra sulla potenza del fuoco, percepito come una forza dirompente.

Del 2013 è il libro Mémoires d’Afrique, ultima tappa di una serie di viaggi in Africa insieme a Sarenco, in cui sono pubblicate, tra le altre, le fotografie delle Signares – donne senegalesi abbigliate sontuosamente e in posa come le amanti africane degli europei in epoca coloniale – e i suggestivi ritratti dei Neri Bianchi.

Cataloghi

Altra misura. Arte, fotografia e femminismo in Italia negli anni '70
Altra misura. Arte, fotografia e femminismo in Italia negli anni '70
Anno:
Editore: Carlo Cambi Editore, Poggibonsi (SI)
Curatore: Raffaella Perna
Lingua: italiano-inglese
Pagine: 168
Costo: €
Esaurito

Ultime notizie

AF2026

Fiere

Progetto espositivo dedicato all'arte femminista, al Gruppo 70 e alle ricerche pittoriche degli anni '70. HALL 26 | BOOTH B02

5 - 8 Febbraio 2026
artissima2025

Fiere

Progetto espositivo a tema ambiente ed ecologia nell'arte femminista. HALL PINK A | BOOTH 23

30 Ottobre - 2 Novembre 2025
miart2025

Fiere

Progetto ispirato a Materializzazione del linguaggio, curata da Mirella Bentivoglio (Biennale Venezia, 1978). HALL 3 | BOOTH A114.

3 - 6 Aprile 2025
immagini del no mambo

Mostra

Riproposizione del progetto fotografico Immagini del No di Anna Candiani e Paola Mattioli, a cura di Valentina Rossi, presso il MAMbo, Bologna.

13 Novembre 2024 - 12 Gennaio 2025
ArteFiera 2023, stand Frittelli arte contemporanea, installation view. Photo: Fabio Mantegna

Fiere

Progetto curato da Raffaella Perna intitolato Arte, fotografia e mass-media negli anni Sessanta. HALL 26 | BOOTH B19.

3 - 5 Febbraio 2023