La formazione di Eduarda Emilia Maino avviene nell’ambito dell’avanguardia milanese che ha come punto d’incontro il Bar Giamaica, in Brera: è vicina in particolar modo a Piero Manzoni, che frequenta dal 1957 e Lucio Fontana, che ammira per le scelte radicali. A sua volta il maestro già nel 1959 acquista una sua opera dimostrandole fiducia e incoraggiandola a continuare.
Nell’ambiente degli artisti è nota con il nome Dada (diminutivo di Eduarda) Maino. Dopo un periodo aurorale in cui sperimenta l’astratto-informale, sullo scorcio del 1958, influenzata dai “tagli” di Fontana, realizza le prime opere di azzeramento, in seguito intitolate Volumi, tele con grandi fori ellittici che espone per la prima volta alla fine del 1959, con grande scandalo, a una collettiva milanese di donne artiste.
Aderisce al gruppo milanese Azimuth, esponendo in varie collettive con Manzoni e Castellani e nel 1961 tiene una personale allo Studio N di Padova, con testo introduttivo di Manzoni in cui presenta il nuovo ciclo dei Volumi a moduli sfasati, superfici di materiale sintetico, su cui pratica fori fustellati sempre più piccoli e numerosi. È l’inizio della sua avventura internazionale condotta attraverso la rete di conoscenze dell’amico Manzoni: nel 1962 ha una personale alla Galleria Senatore di Stoccarda ed è invitata, per volere anche di Fontana, all’importante mostra Nul allo Stedelijk Museum di Amsterdam, al fianco di protagonisti come Yayoi Kusama, Heinz Mack, Otto Piene, Fontana, Manzoni, Castellani tra gli altri. Aderisce al movimento internazionale Nuova Tendenza.
Nei lavori del 1962 e 1963 l’artista sperimenta per lo più alluminio, plastica, plexiglas e altri materiali; da quel momento in poi adotta il nome d’arte Dadamaino. Le opere dal 1963 al 1965, chiamate “oggetti”, costituiscono una serie di carattere programmatico: modello, struttura, sistema, sviluppo, progresso ed evoluzione attraverso le variazioni. Si interessano al suo lavoro Gillo Dorfles, Umbro Apollonio, Ernesto L. Francalanci inserendo l’artista nell’ambito dei protagonisti dell’arte cinetica italiana.
Parallelamente al periodo cinetico nel 1966 inizia la Ricerca del colore (1966-68), in cui analizza metodicamente e su base scientifica le infinite varianti cromatiche dello spettro solare.
Nel 1969 progetta delle opere “ambientali” sia a Campo urbano a Como, sia all’importante rassegna Environnement lumino-cinétique sur la Place du Châtelet a Parigi convincendosi sempre più dell’importanza di un ruolo sociale dell’arte contemporanea. In questi anni si intensifica infatti la sua attività politica legata all’estrema sinistra.
Nel 1970, in una personale alla Galleria Diagramma di Milano, presenta i suoi ultimi lavori sul colore e inaugura una nuova fase dei cosiddetti Cromorilievi, che sintetizzano le ricerche sul colore con quelle ottico-cinetiche.
Dadamaino inizia a ripercorrere la propria vicenda creativa in senso retrospettivo facendola partire da Azimuth e, alla fine del 1975, torna a esporre i Volumi nella retrospettiva Dadamaino 1959-1975 al Salone Annunciata di Milano. Nel frattempo abbandona la cosiddetta “programmazione”, la formulazione geometrica e modulare, e recupera il valore del segno, che aveva caratterizzato il suo esordio in ambito informale: avvia il ciclo L’inconscio razionale, dove i tratti sono distribuiti sulla superficie del dipinto con una regolarità non programmata. In tutte queste opere la superficie è monocroma, nera con segni bianchi o viceversa.
Nella seconda metà degli anni Settanta (1976-1979) si orienta sul linguaggio, in particolare sul “segno muto” che rappresenta una risposta tutta mentale e politica ai drammi sociali contemporanei. L’Alfabeto della mente è costituito di segni grafici, o meglio di caratteri inventati che l’artista utilizza per scrivere una serie di “lettere” che consistono nella ripetizione di un singolo segno.
Dal 1978 inizia a lavorare all’opera I fatti della vita, dove i segni si ripetono costantemente e a intervalli regolari su fogli di diverso formato. Il ciclo viene esposto alla Biennale di Venezia del 1980 in una sala personale con più di quattrocento opere scritte a mano.
Fino alla metà degli anni Ottanta lavora inoltre al ciclo Costellazioni, unendo microcosmo e macrocosmo in opere dai piccoli tratti colorati che ricordano galassie e ammassi stellari.
Anche in un altro ciclo, intitolato Passo dopo passo, l’artista dipinge innumerevoli segni su superfici di materiale diverso (carta, tela o plastica), attribuendo ad essi simboli ripetuti che alludono a un movimento costante. Nel 1981 tiene nuove personali all’Institut für Moderne Kunst di Norimberga, alla Galerie Walter Storms di Villingen e alla Plurima di Udine. Nel 1983 Flaminio Gualdoni cura un’ampia antologica dell’artista al Padiglione d’Arte Contemporanea (PAC) a Milano e l’anno successivo la personale alla Galerie Beatrix Wilhelm di Leonberg.
Nel 1987 inizia il ciclo Il movimento delle cose, per il quale utilizza fogli di plastica trasparente (poliestere), a volte lunghi e stretti, tendenti a svolgersi nello spazio, a volte intelaiati, che espone alla personale alla Galerie Beatrix Wilhelm a Stoccarda. Nel 1990 questo ciclo è esposto alla Biennale di Venezia con una suggestiva installazione ambientale. Ha un’importante personale allo Studio Dabbeni di Lugano e in quell’anno esce la monografia Dadamaino di Elena Pontiggia.
Nel 1993 tiene personali alla Casa del Mantegna di Mantova e alla Stiftung für Konkrete Kunst di Reutlingen. Nel 1996 inizia la serie Sein und Zeit: pur lavorando con le stesse modalità, l’artista non intelaia più le opere ma le appende a una distanza di 20 cm dalla parete in modo da esaltarne la trasparenza. Lo stesso anno le viene dedicata una mostra alla Stiftung für Konstruktive und Konkrete Kunst di Zurigo; nel 2000 il Museo di Bochum presenta un’ampia antologica, con catalogo monografico a cura di Francesco Tedeschi.
Negli anni Duemila si assiste a un progressivo e costante riconoscimento pubblico del suo ruolo di protagonista nell’ambito dell’arte italiana dagli anni Sessanta ai Novanta, con l’intensificarsi di mostre e pubblicazioni.