a cura di Maurizio Calvesi

“Ho avuto la forza o, forse, la fortuna di non cedere a nessun patteggiamento ricattatorio. Ho cominciato a rispondere a tutte le mie esigenze più segrete, sapendo di dover rinunciare a vantaggi economici. Forse molti ridono di ciò, e forse molti dubitano, ma io credo che se si vuole essere liberi in un contesto sociale, e imparare a coesistere con il diverso, non si può fare altro che assumere un comportamento simile”.

Frittelli arte contemporanea è lieta di presentare al pubblico una rassegna antologica, a cura di Maurizio Calvesi, che documenta oltre cinquant'anni di attività di uno dei protagonisti dell'arte italiana: Vasco Bendini.

La mostra ripercorre le tappe fondamentali del percorso pittorico dell'artista, a partire dalle prime opere informali, in cui si avverte indirettamente l'influenza di Guidi e Morandi, che furono i suoi maestri, fino alle prove recenti. Già dalle opere giovanili emerge prepotentemente una straordinaria originalità, di cui Francesco Arcangeli si rese subito conto, presentando Bendini proprio a Firenze nel 1953. 
Fin dagli anni Cinquanta Bendini affronta il tema del volto, interpretandolo in chiave di archetipo, di figura universale, capace di raggiungere quel clima di astrazione a cui è costantemente portato. Alla fine del 1956 la pittura diventa materica e, in seguito, con un lieve cambiamento di prospettiva, gestuale, escludendo dalla tela ogni dimensione rappresentativa. Dal '62 al '65, con le serie Ipotesi Ultime e Senso Operante, Bendini si rivolge alla tela come luogo progettuale, ricerca che lo porta “fuori” del quadro e prepara la scelta di una rinuncia temporanea alla pittura.

Saranno eccezionalmente in mostra alcune opere fondamentali di questo periodo, riconducibili alla formula di arte povera, come Ombre prime del 1966, in cui le ombre di un telaio e di una sedia proiettate sulla parete diventano il tema dominante, e Cabina Solare del 1967, una cabina in legno in cui lo spettatore è accolto da un disco cronometrico che si illumina a settori ed è invaso dall'odore di cera e resina liberato per effetto di tautologiche scritte al neon; opera già ascrivibile all'area oggettuale-comportamentale.

A partire dal '67 il recupero della superficie bidimensionale avviene attraverso la raccolta di elementi e materiali dall'aspetto di rifiuti che mostrano la poetica solitudine dell'oggetto quotidiano, metafora di un io che si riconosce nel povero valore di queste tracce esistenziali: ganci, mozziconi, lenzuola, ovatta, lana di vetro. Di questo periodo, tra le altre, sono in mostra alcune opere della serie Oggetti come storia del '67-'68 e Il dardo del cherubino del 1974, fatto di ovatta e lana di vetro stese su tela.

Dalla fine degli anni '70 Bendini riesamina i fondamenti del proprio linguaggio artistico e rielabora la propria ricerca esistenziale e operativa. Usando alluminio, carta e tela l'artista riprende la ricerca sul colore, che diventa segno segreto, silenzioso, avvolgente.

I dipinti dell'ultimo periodo sono superfici pittoriche di grandi dimensioni, di ampie stesure cromatiche, che coinvolgono lo spettatore e lo stimolano sia sul piano sensorialmente percettivo che su quello immaginativo, poetico e razionalmente etico. Ed è Vasco Bendini che parlando del colloquio che si apre fra il fruitore e l'opera così si esprime: “La volontà di interagire dell'artista dovrebbe essere assunta come comportamento abituale da parte dei fruitori. Solo allora le cose cambierebbero. Si evita di sapere dall'altro come interpretare l'oggetto d'arte. Si apre il dialogo, ci si misura, ci si raffronta, ci si consulta sul significato dell'opera”.

Vedute della mostra