Tomaso Binga, al secolo Bianca Pucciarelli in Menna, artista e performer, è tra le protagoniste della poesia visiva e sonora in Italia.
“Il mio nome maschile gioca sull’ironia e sullo spiazzamento; vuole mettere allo scoperto il privilegio maschilista che impera anche nel campo dell’arte, è una contestazione per via di paradosso di una sovrastruttura che abbiamo ereditato e che come donne vogliamo distruggere. In arte sesso, età, nazionalità, non dovrebbero essere delle discriminanti. L’artista non è un uomo o una donna, ma una persona.
Io lavoro sulla scrittura, non voglio inventare un nuovo codice, ma tentare un processo di desemantizzazione del codice verbale e una sua risemantizzazione diversa. Per definire questa mia opera i critici hanno parlato di una scrittura criptica, nascosta, affondata, in-scritta. Mi riconosco in questa definizione, ma vorrei aggiungere che la mia è una scrittura subliminale, nel senso che essa agisce (vorrei che agisse) dentro di noi senza essere distratti dal significato corrente delle parole e senza essere frastornati dal suono delle parole stesse: allora si può anche definire una scrittura silenziosa.
Nei miei lavori le parole crescono e si moltiplicano come esseri viventi, sconfinano dai luoghi deputati, proliferano come cellule, invadono gli spazi che ci circondano.
La scelta di supporti diversi risponde a questa necessità proliferante della scrittura.”
Una scrittura che diventa “vivente” nella misura in cui Binga impiega il suo stesso corpo. Il suo corpo “mostra se stesso come scrittura. Affrancandosi dalla tirannia del segno, diventa esso stesso segno. Si tratta di un segno gesto che tenta di conferire alla scrittura un senso più globale, una fisicità più concreta e nello stesso tempo una polivalenza di significati da opporre a ogni specializzazione riduttiva.
[…]
È la rivalutazione dell’imperfetto, dell’errore, del disordine, del fuori posto. Non vogliamo più sentirci entità astratte, ma PERSONE fisicamente, socialmente politicamente umane.”