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Arte gennaio 2018 | Le note di Chiari | di Marco Tonelli

    
 
 
 
 
Una mostra divisa in cinque capitoli monografici o, se preferite, cinque mostre dedicate a un solo artista. Il progetto Pentachiari (dove penta, che in greco significa cinque, allude evidentemente sia alle cinque gallerie coinvolte sia alla parola pentagramma, mai così appropriata come in questo caso) è un'esposizione diffusa, ma potremmo dire site specific e fortemente legata a una città, Firenze, in cui Giuseppe Chiari nacque nel 1926 e morì nel 2007. A dieci anni quindi dalla sua scomparsa cinque gallerie che hanno lavorato a lungo con lui celebrano un artista che forse è unico nel panorama dell'arte italiana, provenendo dal mondo della musica e avendo attraversato il campo della performance, del ready-made, del collage e dell'arte visiva in genere, realizzando opere che lui stesso definiva “pastiche”. Per dare il senso di un certo eclettismo antiscolastico e in parte dissacratorio, basterebbe leggere quanto annotò l'artista nell'ironica autobiografia del 2006: “Nello spazio dell'arte Chiari presenta come musica il suonare l'acqua, lo strappare la carta, lo scorrere una scala, l'interpretare come quadrato le gambe quattro di una sedia... Chiari suona la luce”.

Un felice paradosso. Ciò che accomuna tutte le gallerie qui riunite non è solamente la conoscenza diretta dell'opera e della persona di Chiari, ma l'aver tutte iniziato a lavorare con lui a partire dagli anni Novanta, mentre il fatto che siano ubicate a Firenze testimonierebbe di un aspetto interessante e paradossale, come rilevato da Bruno Corà, curatore del progetto (con catalogo edito da Gli Ori): è proprio grazie all'aver sempre vissuto in una città legata alla storia antica e rinascimentale e in apparenza conservatrice e refrattaria a ogni spinta del contemporaneo che Chiari ha potuto sviluppare un discorso all'avanguardia e aperto ai flussi e alle energie propulsive del presente. A questo proposito non bisogna dimenticare che Firenze all'inizio degli anni Settanta diede vita a gruppi di architetti radicali come il Superstudio ogli Archizoom e l'Art/tapes/22, decisivo per la formazione di Bill Viola e che vide confluire artisti divenuti poi celebri (tra i quali Vito Acconci, Marina Abramović, Joseph Beuys, Fabrizio Plessi) nella realizzazione delle prime opere video in Italia. “Chiari non fu una voce nel deserto”, come osserva Bruno Corà. Chiari fece dal canto suo parte di quel movimento d'avanguardia internazionale, se vogliano nichilista, di denuncia e di critica, che fu invece Fluxus (creato dal lituano George Maciunas) nel quale non solo fu tanto strategica l'esperienza sonora in genere (si veda la presenza nel gruppo di Nam June Paik), ma anche l'uso concreto di strumenti musicali, a partire proprio dai pianoforti di Joseph Beuys, John Cage e dello stesso Chiari (esposti alla galleria Frittelli) il quale aveva iniziato la sua attività e i suoi studi come pianista appassionato di jazz, per avvicinarsi poi alla composizione musicale frequentando compositori come Pietro Grossi (con cui fonda l'associazione Vita musicale contemporanea) e Sylvano Bussotti e dando vita al MEC insieme a Frederic Rzewski e Alvin Curran.

Non “classificabile”. L'opera di Chiari non è quindi facilmente delineabile e questa “penta-mostra” servirà proprio a fissare dei punti precisi, a segnare un territorio meglio sincronizzato ma allo stesso tempo estremamente diversificato. Ogni galleria espone infatti tipologie differenti di opere, dalla fine degli anni Cinquanta ai Duemila e che si estendono dalla serie Matematiche alle cancellature (galleria Gori), dalle dichiarazioni di poetica a ready-made con schermi di computer, radio, monitor televisivi, senza tralasciare i classici spartiti musicali ritoccati (galleria Tornabuoni), le stampe fotografiche di azioni e di gesti col pianoforte tratte da videotape (galleria Il Ponte), fino alle silhouette delle chitarre (galleria Ficara) o ai collage eseguiti con tipico brio musicale e dischi vinile in bella vista. Il ritratto complessivo che se ne percepisce è quello di un irregolare animato da una visione: l'improvvisazione stessa del fatto creativo, sia che si trattasse di un'esecuzione musicale, di un'azione sonora o di un gesto tradotto su carta. Se, come ha scritto George Steiner, la matematica è quanto ci sia di più accostabile alla creazione artistica, potremmo aggiungere grazie a Chiari che la musica coniuga al meglio numeri e arte.

Antiaccademico. Chiari fu essenzialmente un compositore (di suoni e di segni) che riuscì a eseguire personalmente opere che coniugavano il discorso musicale con quello visivo, la sonorità con la percezione, dando la possibilità al fruitore-ascoltatore-osservatore di partecipare e ricreare lui stesso il pezzo secondo la logica dell'opera aperta teorizzata da Umberto Eco nel 1962: la famosa violoncellista Charlotte Moorman eseguì una sua composizione in occasione dell'Avant-garde Festival di New York nel 1964. L'insegnamento Fluxus da lui perseguito rispondeva bene a una logica liberatoria, contro le regole e l'ortodossia accademica. Una visione eversiva che forse, per la mancanza di una rigorosa linea ideologica e concettuale, ha impedito fino a oggi di considerarlo come uno dei protagonisti delle esperienze radicali e concettuali sviluppate negli ultimi decenni in Italia. Chiari ha ancora bisogno di essere passato al setaccio perché lo si possa mettere nella giusta prospettiva storico-critica e il catalogo della mostra, nelle interviste ai cinque galleristi, testimonia della necessità di rivedere l'opera di un artista che non aveva mai nascosto di preferire la spontaneità dell'arte alla sua istituzionalizzazione mercantile. Ogni sogno di libertà in fondo ha un suo prezzo!

Pentachiari. Cinque gallerie e Giuseppe Chiari
Prato, Armanda Gori, fino al 28 gennaio
Firenze, Frittelli Arte Contemporanea, fino al 2 marzo
Firenze, Galleria Il Ponte, fino al 2 febbraio
Firenze, Galleria Santo Ficara, fino al 2 febbraio
Firenze, Tornabuoni Arte, fino al 27 gennaio


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