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Tomaso Binga

 

 

Tomaso Binga, al secolo Bianca Pucciarelli in Menna, artista e performer, è tra le protagoniste della poesia visiva e sonora in Italia.

Nata a Salerno nel 1931, si trasferisce a Roma alla fine degli anni Cinquanta dove diventa docente di educazione artistica e in seguito insegna Teoria e tecnica dei Mass Media all’Accademia di Belle Arti di Frosinone.


Negli anni Sessanta realizza disegni di stampo cubista-geometrico e piccole sculture in terracotta, ma il suo interesse artistico si rivolge presto alla parola, alla scrittura, al segno nella sua valenza estetica poetica. A partire dagli anni Settanta la sua ricerca si inserisce nell’ambito della Poesia Visiva, della Scrittura Verbo-Visiva e della Nuova Scrittura.


L’ingresso ufficiale nel mondo dell’arte avviene nel 1971 con la prima personale L’oggetto reattivo allo Studio Oggetto di Caserta. È in questa occasione che assume lo pseudonimo maschile di Tomaso Binga (alter-ego con cui peraltro celebrerà un matrimonio fittizio nel 1977, l'opera-azione Bianca Menna e Tomaso Binga Oggi spose) che vuole mettere allo scoperto il privilegio maschilista che impera anche nel campo dell’arte. Pur non partecipando attivamente alla militanza femminista, Binga ne abbraccia le istanze fin dai primi lavori realizzati su supporti di polistirolo con inserti fotografici e collage.


In questo periodo realizza i Ritratti Analogici, composizioni di lettere tracciate col pennarello e collage di particolari anatomici o altri elementi che alludono alla fisicità o alla personalità del soggetto ritratto, in un gioco tra immagine e scrittura che sottrae il linguaggio alle logiche dell’uso quotidiano. L’ironia è una componente importante anche nelle performance – che l’artista chiama “poesie performative” – in cui gesto, scrittura, sonorità si combinano per denunciare i meccanismi e gli stereotipi del mondo dei mass-media, della cultura dominante, del linguaggio del potere (Vista Zero del 1972, Parole in blu del 1973).


La riflessione sulla scrittura prosegue con l’elaborazione della Scrittura Asemantica o Desemantizzata in occasione di due mostre, alla Galleria L’Obelisco di Roma nel 1974 e alla Galleria Cenobio Visualità di Milano nel 1975, con lavori come Abbassalingua o Lettere al mittente che rappresentano un tentativo di desemantizzare e risemantizzare il codice verbale agendo sia sugli oggetti sia sulle parole: si tratta di una “scrittura subliminale”, “silenziosa” che agisce a prescindere dal suono e dal significato dei vocaboli.


Con la serie Scrittura vivente del 1976 è il corpo stesso dell’artista a trasformarsi in scrittura. L’opera Alfabetiere murale, esposta alla Galleria Luca Palazzoli di Milano l’anno successivo, è composta dalla rivisitazione degli abbecedari utilizzati all’epoca nelle scuole elementari dove il segno alfabetico è sostituito dalla fotografia del corpo nudo dell’artista ritratto mentre mima la forma della lettera. L’obiettivo è quello di creare un’alternativa radicale al linguaggio maschile, partendo dal soggetto che esso ha escluso: la donna, nella sua corporeità fisica, sociale e politica.


Nello stesso anno realizza la performance-installazione Casa Malangone, in cui si mimetizza, immobile, tra le pareti di una casa privata tappezzate di carta da parati bianca coperta con la sua “scrittura desemantizzata”. Il 1976 è un anno importante anche sul fronte delle esposizioni: l’artista stringe un sodalizio con la fotografa Verita Monselles, assieme alla quale organizza una serie di mostre e performance, e partecipa alla mostra Tra linguaggio e immagine curata da Mirella Bentivoglio alla Galleria Il Canale di Venezia.
In occasione della partecipazione alla mostra Materializzazione del linguaggio alla Biennale di Venezia del 1978, presenta la serie Dattilocodice, dove la sovrapposizione dei caratteri dattilografici porta non solo a una perdita di riconoscibilità immediata del segno, ma anche a una “condensazione” che gli consente di acquisire una sorta di iconicità.
Negli anni successivi, le opere di Tomaso Binga trovano spazio e riconoscimenti in importanti esposizioni nazionali e internazionali, da From Page to Space alla Columbia University a New York a Linee della ricerca artistica in Italia 1960/1980 al Palazzo delle Esposizioni a Roma, dalla XVI Biennale di S. Paulo do Brazil alla mostra Attraversamento su Klimt presso l’Istituto Italiano di Cultura di Vienna.


Dal 1982 ha fatto parte di gruppi di scrittura e poesia performativa, partecipando a numerose manifestazioni a livello internazionale; da ricordare performance quali Il Confessore elettronico nel 1989 o La Dieta nel 1994 (entrambe fotografate da Verita Monselles) e l’operazione di Mail-art Riflessioni a puntate, costituita dall’invio, mese per mese nel corso nel 1991, di una composizione dattilografica dedicata a riflessioni sull’attualità spedita a 280 persone in tutto il mondo.


Negli anni 2000, con Dittici interscambiabili e Poesia a doppio finale, l’artista crea opere che si prestano a una variabilità di disposizione e richiedono l’intervento del fruitore nella scelta compositiva. Ha partecipato a numerose trasmissioni radiofoniche e televisive, tra queste nel 2000 a L’Ombelico del mondo, Rai Educational, nella puntata Il Gioco con Umberto Eco.

Tra le collaborazioni avviate negli ultimi anni si ricorda quella con Maria Grazia Chiuri, Art Director della Maison Dior, culminata a Parigi con la scenografia della sfilata Pret-a-porter Autunno-Inverno 2019 realizzata reinterpretando l’opera di Tomaso Binga del 1976 Scrittura vivente.
Tomaso Binga dirige dal 1974 l’associazione culturale romana Lavatoio Contumaciale ed è Presidente onorario della Fondazione Filiberto e Bianca Menna di Salerno.


Le sue opere sono conservate nelle collezioni di importanti musei e fondazioni in Italia e all’estero, tra cui La Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, Roma; MART – Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto; Fondazione Museion, Bolzano; Sammlung Verbund, Vienna; Collezione Farnesina, Roma.

 

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